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I PIGNA ENSAMBLE
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Inviato da: regiz
26/01/2006 11.32

Accadeva non di rado che ci si dedicasse collettivamente ad esperimenti organolettici di varia natura...

Uno di questi fu l'assaggio dell' ACTINIDIA SINENSIS.

In una fredda e grigia mattina di inverno, dopo il solito acquisto del cornetto al bar Milano che per anni è stato il mio spuntino dell'intervallo, raggiunsi i miei compagni davanti all'enorme portone dell'istituto col solito quarto d'ora di anticipo per gli scherzi di rito. Nel livore di quel gelido mattino non c'era nebbia e quel'ombra che avevo pian piano visto rimpicciolirsi, ma non poi più di tanto, fin dai tempi dell'asilo, non sembrava la solita palustre nave fantasma, bensì un edificio e per di più imponente. La sagoma del palazzo grigio con le sue lacere tende bordeaux, variegato dalle luci della strada ancora non sopite,  si stagliava nel cielo plumbeo del mattino con una materialità irreale.

Ho detto PLUMBEO per associazione di idee, infatti questo complicato aggettivo era obligatorio nei pensierini di allora. La sua provenienza certa è da cercarsi nell'immancabile diario meteorologico che ognuno di noi redigeva diligentemente annotando la temperatura e stimando qualitativamente la tipologia della giornata. All'uopo si utilizzavano espressioni quali ventoso, piovoso accanto a piccole immagini realizzate con l'ausilio delle matite colorate e degli appositi timbrini generosamente messi in comune dalla docenza rappresentanti un'ombrello sotto uno scroscio, un sole ridente, geometrici fiocchi di neve, fulmini, stuoli di flatanti eoli paciocchi etc... Quella era una mattina "rigida".  Non pensiate però che andavo a scuola in un posto lugubre, lo stesso casermone di architettura un po' fascista, d'estate sembrava un soleggiato rustico, costruito per sbaglio in una trafficata strada cittadina, temo che siano gli inverni della bassa a rendere tutto un po' cupo. 

La gioia di trovarsi in un'aula riscaldata a sistemare le proprie cose o a disegnare sui vetri appannati fu turbata da un messaggio sulla lavagna. OGGI ASSAGGEREMO UN'ACTINIDIA SINENSIS. La teatralità era una delle peculiarità che più ammiravo nella nostra maestra. Quando c'era qualche messaggio di questo tipo alla lavagna la vedevamo comparire in leggerissimo ritardo, come se niente fosse, con il solito sguardo spiritato e già con addosso il suo lungo camice blu dal cui taschino facevano capolino biro BIC punta fine rosse o al nero di china, per iniziare la lezione dicendo un "Padre Nostro".

Passammo poi le ore seguenti a rimirare assiepati intorno alla cattedra un piccolo oggetto commestibile di dimensioni e colore di una patata novella che, all'autopsia rivelò una polpa di colore verde intenso con semi neri intorno ad un torsolo bianco. Si può immaginare che l'ACTINIDIA ricevuta da ognuno di noi, che eravamo circa 20 fosse insufficiente ad una degustazione efficace.

Quindi, nonostante epicuree razionalizzazioni e uso di metafore degne di Proust, perchè all'uso spinto della metafora eravamo stati educati col bastone e la carota, le nostre descrizioni risultarono tutte insufficienti e ingrate cronache di un evento tanto speciale.

Il compito si prospettava durissimo: ognuno di noi avrebbe dovuto procurarsi una ACTINIDIA e ripetere l'esperimento. La disperazione cominciò a farsi strada tra i futuri uomini e donne intenti a issarsi sulle spalle le loro pesanti cartelle.

La tecnica consisteva semplicemente nell'aiutarsi a vicenda a metterle sui banchi ma il sollevamentoi e l'issaggio dovevano essere totalmente autonomi... Questo perchè tutti ricordavamo il nostro compagno a torso nudo contro la lavagna descritto prima cinicamente poi a forti grida come futuro rachitico. Questi fu visto dal fioraio, da qualche delatore, o forse dalla maestra stessa, farsi portare la cartella dall'anziana nonna su di un carrellino e, quel che fu peggio, dopo aver provato a negare l'accaduto disse che la veglia impietosita si era offerta spontaneamente per l'illecito trasporto. E' stata in quell'occasione che tutti avevamo bene appreso il verbo atrofizzare col suo nefasto e irreversibile partecipio atrofizzato, che dal quel momento invase i temi e pensierini sul futuro nostro e della scellerata umanità. Es: "Durante il giorno, ovviamente dopo che ho fatto i compiti e studiato, cerco di camminare e correre il più possibile per potere essere d'aiuto a quelli che in futuro rimarranno con le gambe atrofizzate per il troppo uso dell'automobile o di altri mezzi di trasporto". Oppure: "La mia mamma dice che parlo molto, forse troppo, ma è un bene, perchè così non ho paura di rimanere con la lingua atrofizzata".

Fuori stranamente c'era il sole e la temperatura era salita un po', ma nessuno aveva voglia di giocare e, persino i primi convenuti al ritiro della prole tra nonni e gentori, cominciavano ad assumere espressioni corrucciate o ad agitare nervosamente baveri e cappelli alla pronuncia della parola ACTINIDIA.
Anche in famiglie colte e borghesi, spesso le cognizioni di botanica erano scarse. Ricordo ai più che prima dei motori di ricerca su Internet si provava al massimo sull'enciclopedia in 40 volumi, che, se non ha un apposito volume di botanica, non contempla tra i lemmi la nomenclatura tecnica. I più si rassegnarono quindi a recarsi all'ortofrutta per fare chiedere al bambino, tra frizzi e lazzi degli astanti, un'ACTINIDIA, del tipo SINENSIS. Nella strana luce da quadro impressionista del vecchio mercato, già mercato delle erbe, il signor ortofrutta, le cui arance incerate e incartate rilucevano sul banco, smise la sua cantilena salmodiante e, con un acuto movimento di baffi e sopraccigli cui di tanto in tanto accompagava un suono e un gesto compulsivo della mano verso la faccia irsuta, mi fece ripetere la mia richiesta due o tre volte. Guardati il mucchio di arance che lo celava in parte all nostra vista, me e mia nonna, schernì se stesso e noi in un dialetto dai colori mediorientali e si mise a parlare con un altro cliente in un'italiano altrettanto esotico, al che mia nonna mi riportò a casa borbottando in un dialetto dagli accenti ben più familiari e non ne volle sapere oltre.

Giunto lì disperato, impietosii mia madre che smise di cucire urgentissime camicie e raccolse tutti i dettagli del caso, se il frutto era esotico, come era fatto, etc..  mi disse poi che dai miei disegni aveva una mezza idea di cosa potesse essere, che però nessuno lo chiamava così al mercato. Andammo da un altro fruttivendolo, questa volta con uno scintillante negozio in centro, che, con cuffia e grembiale in tinta sui calzoni a righe e un gran faccione setoloso da maiale, sembrava uno di quei cabarettisti che intrattengono i babini alle feste popolari e come tale, distribuiva a gran mani frutte secche, fresche e cioccolati agli infanti e alle loro eleganti mamme. L'affabile maître dell'ortofrutta, tra un cliente e l'altro, mi mostrò con fare sornione un enorme campionario di frutta esotica più o meno fresca... La vidi, la trovai, ne acquistai due, una per l'assaggio e una per stupire i compagni di classe. Questa seconda la riposi in frigo e la trattai come un cimelio.

La mattina dopo tutti e venti avevamo chi più chi meno con noi delle ACTINIDIE e una relazione sulla prova organolettica corredata con disegni e interviste, ma l'insegnante arrivò come al solito in leggero anticipo in abiti borghesi, andò in bagno ad indossare il grembiule e cominciò a parlare di geografia...

Quel giorno capimmo qualcosa di importante:
Nella vita non si puo' parlare per due giorni di seguito di KIWI.

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